Napoli Levante, cent’anni di energia. Vigliena e la questione nucleare

Pubblicato 
lunedì, 26/10/2026
Di
Enzo Morreale

Il convegno alla Federico II sollecita una riflessione sul rapporto tra energia, università e territorio: dalle centrali termoelettriche di Vigliena alle trasformazioni di San Giovanni a Teduccio.

Una storia e una prospettiva che ci riguardano

Mercoledì 21 ottobre, presso l’Aula Magna del Complesso universitario della Federico II di San Giovanni a Teduccio, si è svolto il convegno «Napoli Levante: un secolo di energia e trasformazioni».

Ho saputo del convegno soltanto poche ore prima e ho dovuto quindi organizzarmi per conciliare gli impegni assunti in precedenza e trovare il tempo necessario per ascoltare direttamente dai relatori il bilancio di questo secolo e ciò che intendevano celebrare della storia del nostro quartiere. Mi sono purtroppo perso l’intervento del direttore generale di Tirreno Power.

A dire il vero, non mi è apparso del tutto chiaro il senso dell’iniziativa. Sarebbe utile sapere chi l’abbia promossa e ideata e con quali obiettivi. Dal programma e dagli interventi ho ricavato l’impressione di una consistente dose di propaganda e di qualche accenno, non molto rassicurante, alle prospettive future. Sulla locandina campeggiavano i loghi dell’Università Federico II e di Tirreno Power.

Mi aspettavo che si ricostruisse la storia del luogo, si analizzassero le trasformazioni intervenute, si affrontassero le criticità emerse e si esaminassero i diversi aspetti del rapporto tra il quartiere e gli impianti che nel tempo si sono succeduti.

Personalmente, ritengo che questo rapporto sia stato piuttosto critico. Nella narrazione è mancato il punto di vista dei residenti e la memoria di centinaia di lavoratori che hanno vissuto la storia dell’impianto. I relatori hanno soltanto citato i lavoratori, peraltro in termini prevalentemente celebrativi. Un po’ di retorica, del resto, aiuta a sfumare le questioni più scomode.

Della gente che vive praticamente a ridosso dei cancelli della centrale, invece, non si è parlato affatto. Il quartiere e i suoi abitanti sembravano non esistere. Eppure, sono proprio loro a rappresentare una parte essenziale di quella storia: una presenza concreta, quotidiana, che nessuna ricostruzione della vicenda Vigliena dovrebbe lasciare ai margini.

Eppure, vi assicuro che, avendo consultato negli anni scorsi l’Archivio Storico Enel, quando era ancora ubicato nell’ex centrale dell’Ente Autonomo Volturno, al Ponte dei Granili, so bene quante cose ci sarebbero da raccontare su San Giovanni a Teduccio, dal punto di vista ambientale, sociale e urbanistico.

L’iniziativa ha avuto molto più a che vedere con l’attualità e le prospettive dell’impianto che con la storia del luogo.

Abbiamo, ovviamente, riascoltato per l’ennesima volta, senza sostanziali variazioni, il consueto richiamo all’importanza della sede della Federico II a San Giovanni, aperta al quartiere e al mondo, insomma urbi et orbi. Magari, la prossima volta, troveremo ai cancelli anche il busto del suo presunto fondatore ad attenderci.

Con l’espressione “Napoli Levante”, quando si parla di centrali termoelettriche, si intende in realtà, anche se non sempre in maniera del tutto precisa, il complesso dei quattro impianti (Capuano, Vigliena, Levante e Turbogas) entrati in funzione, a partire dal 1926, sul litorale di Vigliena. A questi se ne dovrebbe aggiungere un quinto, costruito dall’Ente Autonomo Volturno (EAV) nelle vicinanze, tra il primo e il secondo decennio del Novecento.

Per celebrare il centenario degli impianti di Vigliena, si sarebbe dovuto fare riferimento innanzitutto alla centrale Maurizio Capuano, entrata in funzione nel 1926. Come riportava la rivista L’Elettrotecnica del 5 gennaio 1928:

«La costruzione della centrale venne intrapresa alla fine dall’agosto 1924 e il 30 gennaio 1926, a 17 mesi dall’inizio dei lavori, l’impianto entrava per la prima volta in funzione, erogando regolarmente 10.000 kW sulla rete di distribuzione di Napoli».

La prima centrale installata a Vigliena prese il nome dall’avvocato Maurizio Capuano, scomparso il 12 agosto 1925, fondatore della Società Meridionale di Elettricità e dell’Unione industriali di Napoli, tra gli imprenditori più intraprendenti del suo tempo.

Dagli interventi, tuttavia, non è emersa una vera ricostruzione della storia degli impianti, né un bilancio del secolo trascorso. È mancata, soprattutto, una valutazione dell’impatto ambientale, compresi gli eventuali effetti sulla salute umana e sull’intero ecosistema.

A tratti, ascoltando alcuni interventi, ho avuto l’impressione che si parlasse di una sorta di santuario mistico, verso il quale organizzare pellegrinaggi, piuttosto che di un impianto industriale inserito in un quartiere densamente abitato. Mi sono chiesto persino se alcuni relatori sapessero davvero dove si trova la centrale e che cosa significhi viverci accanto.

Certo, la coerenza non è di questo mondo. A questo proposito, è da citare il Protocollo del 18 febbraio 2000, sottoscritto tra il Comune di Napoli e l’Università “Federico II” (ripreso nel documento «Valutazione dei risultati del progetto di decongestionamento dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”» del 2004). Nel protocollo si stabilì «la dismissione della centrale termoelettrica dell’Enel a Vigliena, realizzando su tale area una struttura per lo spettacolo ed il tempo libero, dedicata alla musica». Il protocollo prevedeva anche ulteriori interventi di riqualificazione della linea di costa.

Già nel dicembre dello stesso anno, tuttavia, il protocollo fu superato da un nuovo accordo, sottoscritto ancora dall’Università, che azzerò tutti i propositi di riqualificazione. Nella successione degli accordi e degli eventi, compreso il convegno, rilevo una notevole contraddizione tra gli impegni assunti e i loro esiti. Otto anni dopo la firma del protocollo che prevedeva la dismissione della centrale termoelettrica, il 19 settembre 2008 la turbogas entrò in funzione.

La foto a sinistra documenta le operazioni di collaudo della centrale turbogas di Vigliena, avviate a partire dal 24 settembre 2008. La foto a destra riproduce il volantino diffuso da Tirreno Power per informare la cittadinanza dell’inizio della fase di collaudo dell’impianto.
Nel comunicato, l’azienda avvertiva della possibilità che le operazioni provocassero rumori lievi e temporanei, attribuendoli alla fuoriuscita di vapore acqueo, paragonato a quello prodotto nelle cucine domestiche. Precisava inoltre che tali fenomeni, definiti temporanei e circoscritti, rientravano nella normalità della fase di collaudo e sarebbero cessati al termine delle operazioni.

Mi soffermerò ora in particolare su tre interventi, tra gli undici che si sono succeduti.

La rigenerazione urbana e il rapporto con il mare

Il primo intervento che cito è quello del subcommissario per la bonifica ambientale e la rigenerazione urbana di Bagnoli-Coroglio, dott. Dino Falconio.

La rigenerazione urbana è stata presentata come un passaggio decisivo per recuperare il rapporto con il mare. Ma gli interventi previsti a Vigliena e a Bagnoli sollevano interrogativi sulla reale possibilità di restituire il litorale alla cittadinanza.

Per San Giovanni a Teduccio, il relatore ha affermato:

«Per quanto riguarda Vigliena, per esempio, riprendere quel vecchio progetto che risale sempre all’inizio degli anni Novanta, che era legato alla portualità. Napoli, città di mare, è una città che per lungo tempo, come avrebbe detto la Ortese, non è stata bagnata dal mare e comunque ha avuto una barriera nel rapporto con le acque del golfo».

Tradotto dal linguaggio del subcommissario, il richiamo alla portualità significa ipotizzare un ampliamento delle attività del porto commerciale e dei depositi di carburante, oltre alla realizzazione di un porto turistico. Da queste parole si può dunque dedurre una prospettiva di ulteriore sviluppo delle attività portuali e industriali lungo la costa. E viene spontaneo chiedersi se, di fronte a questo scenario, Anna Maria Ortese non ribadirebbe ancora una volta che “Il mare non bagna Napoli”.

Questa prospettiva viene presentata come uno strumento di riqualificazione e di rigenerazione urbana. Si sorvola, tuttavia, sulle possibili conseguenze di tali scelte: la limitazione dell’estensione delle acque destinate alla balneazione, la questione dell’effettiva accessibilità al mare per i cittadini e la compatibilità di questi interventi con la qualità urbana, gli interessi della collettività e la tutela della salute umana.

Analogamente, per Bagnoli il subcommissario ha collegato le prospettive della bonifica alla blue economy e alla green economy, indicandole come un’occasione di sviluppo accompagnata dalla restituzione degli spazi pubblici.

Ha inoltre sostenuto che, nella visione del sindaco, l’America’s Cup «è stata un’occasione di accelerazione dei lavori di bonifica». Si è poi augurato che le regate vengano riconfermate anche nel 2029, «quindi con una doppietta», affinché si possa offrire ai cittadini napoletani quella relationship con il mare che, a suo dire, è stata negata per tanto tempo.

Sia per Bagnoli sia per San Giovanni, il relatore ha richiamato la classe operaia e la cultura del lavoro come fondamenti della rigenerazione. Senza la storia e la tradizione operaia di questi territori, ha sostenuto, non sarebbe stato possibile realizzare quello che considera un progetto di rigenerazione urbana di grande rilevanza, fortemente voluto dall’amministrazione e destinato a beneficiare l’intera città.

Ma riconoscere il valore della storia operaia significa anche interrogarsi sulle condizioni concrete in cui quella storia si è svolta, sulle conseguenze delle trasformazioni industriali e sul futuro delle comunità che le hanno vissute.

Nel marzo 2006 iniziarono le operazioni di bonifica dell’area occupata dai serbatoi di stoccaggio dell’olio combustibile della vecchia centrale di Napoli Levante, propedeutiche alla costruzione della turbogas. Le esalazioni sprigionate durante gli interventi provocarono disturbi alla salute di numerosi cittadini, alcuni dei quali dovettero ricorrere alle cure mediche.

La centrale, l’efficienza energetica e le questioni ambientali

Il secondo intervento che propongo è quello della prof.ssa Maria Cristina Cameretti, ordinaria di Macchine a fluido presso il Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

La professoressa ha illustrato le caratteristiche dell’ultimo impianto realizzato a Vigliena, ovverosia  la centrale turbogas  inaugurata nel 2008, ricordando come Napoli Levante si sia evoluta nel tempo, passando dal carbone e dall’olio combustibile al gas naturale a ciclo combinato.

Secondo la professoressa Cameretti, questa trasformazione ha migliorato l’efficienza energetica e ridotto le emissioni di CO₂. Ha inoltre precisato che oggi l’impianto produce circa 400 MW e contribuisce alla stabilità della rete elettrica, compensando le variazioni nella produzione delle fonti rinnovabili.

È stato sottolineato anche il ruolo fondamentale degli ingegneri, chiamati a garantire la sicurezza, la manutenzione e l’efficienza dell’impianto.

Tutto questo può essere importante dal punto di vista tecnico ed energetico, ma non esaurisce affatto le questioni che riguardano un impianto collocato all’interno di un quartiere e di una città densamente abitata come Napoli, in un contesto caratterizzato dal “rischio di incidente rilevante”.

Non si è affrontata la questione delle emissioni di particolato ultrafine dell’impianto, dei possibili effetti sulla salute umana né del cosiddetto «rischio di incidente rilevante». Sarebbe stato importante conoscere anche i dati relativi all’esercizio della centrale negli ultimi diciotto anni: dati sulle emissioni, sui controlli effettuati e sull’effettivo funzionamento dell’impianto.

Non sono state affrontate neppure le criticità ambientali segnalate in relazione al nuovo impianto, in particolare durante i lavori di manutenzione, quando si sono verificati episodi di rilascio in mare di sostanze inquinanti, riferiti dalla stampa e segnalati alle autorità competenti. Ancora qualche giorno fa mi è stato segnalato che gli episodi di sversamento in mare continuano a verificarsi frequentemente.

Non abbiamo ricevuto informazioni sui monitoraggi ambientali, sui risultati disponibili e sulle eventuali attività di bonifica.

La mia domanda è semplice: è possibile tracciare un bilancio di un secolo di attività industriale senza affrontare in maniera esplicita questi aspetti?

C’è di più. Alla luce delle opere in via di ultimazione e di quelle prospettate dal nuovo Piano Regolatore Portuale, sarebbe stato opportuno - e lo sarebbe ancora oggi - avviare una riflessione complessiva per esaminare tutte le implicazioni ambientali, sanitarie e urbanistiche che graveranno sull’area e individuare, se necessario, le misure più appropriate per affrontarle.

Nell’agosto del 2012 il canale di scarico delle acque di raffreddamento della centrale turbogas, e tutto il litorale adiacente, per diversi giorni, tutte le notti, furono letteralmente invase da uno spesso strato di schiuma.  Le macchie schiumose fotografate erano ricoperte da una coltre di colore giallognolo (oro vecchio). Al tatto la sostanza era piuttosto untuosa. La circostanza si è ripresentata più volte anche negli anni successivi. Ancora qualche giorno fa mi è stato segnalato che gli episodi di sversamento in mare continuano a verificarsi frequentemente.

Il futuro a Vigliena sarebbe iniziato da cent’anni: dalle rinnovabili al nucleare?

Il terzo intervento su cui vorrei soffermarmi è quello del dott. Stefano Besseghini, ricercatore del CNR e senior advisor di Fichtner Italia.

Nei suoi due interventi, il dott. Besseghini non si è soffermato sulla storia della centrale né sul bilancio del secolo trascorso. Ha concentrato l’attenzione sull’attualità e sulle prospettive della produzione di energia elettrica, esprimendo fin dall’inizio una posizione precisa: le fonti rinnovabili, e in particolare il fotovoltaico, possono contribuire alla produzione energetica, ma non sono sufficienti, da sole, a soddisfare l’intero fabbisogno elettrico.

A sostegno della propria tesi, ha richiamato la potenza della turbogas di Vigliena, pari a circa 400 MW, sostenendo che, per produrre una quantità equivalente di energia attraverso il solo fotovoltaico, sarebbe necessaria, a Napoli, una superficie pari a quella dell’intero quartiere di Fuorigrotta.

Secondo i suoi calcoli, un impianto di queste dimensioni coprirebbe comunque soltanto una parte del fabbisogno elettrico annuo cittadino, quantificata in circa il 25%, con il limite della discontinuità della produzione, legata alla disponibilità della luce solare.

Ha quindi posto la domanda: «La notte voi cosa fate? Andate da Allegra [direttore di Tirreno Power] e accendete Napoli Levante? Perché in qualche maniera l’energia a Napoli bisogna darla».

Ha inoltre messo in “guardia” contro quella che ha definito la «demonizzazione delle fonti», giudicandola «la cosa più stupida che possiamo dilettarci a discutere. Perché, in realtà, noi abbiamo un sistema che dobbiamo riuscire a tenere in piedi».

Ha poi illustrato ulteriori parametri di valutazione tecnica relativi ai costi e all’efficienza della tecnologia a ciclo combinato, quella impiegata nelle centrali turbogas. Non mi soffermo su questi aspetti, rivolti prevalentemente agli addetti ai lavori. Dal mio punto di vista, tuttavia, nel corso dell’intervento è emersa anche una chiara propensione del relatore verso la tecnologia nucleare.

Poi è arrivato il passaggio che più mi ha colpito: un’ipotesi che, con tutte le cautele del caso, difficilmente ci si aspetterebbe di ascoltare in un incontro dedicato alla storia di una centrale termoelettrica come quella di Vigliena.

Besseghini ha richiamato il titolo del convegno per chiarire il proprio punto di vista:

«[…] stiamo vivendo tempi complicati, ma tempi interessanti: perché sono tempi fondativi di una nuova stagione e, come tutti i periodi di transizione, sono periodi naturalmente complicati».

E ancora:

«Se mi consentite una battuta sul titolo dell’evento di oggi - ce l’avevo in pancia da stamattina, quindi devo dirla, se no poi mi mangio… - è molto suggestivo “Il futuro ha 100 anni”, però io l’avrei cambiato in “Il futuro da 100 anni”».

La distinzione, secondo il relatore, non è soltanto una questione di parole:

«Perché “Il futuro ha 100 anni” sembra che ci consenta un pochino una tecnologia che sta lì e che rappresenterà il futuro. In realtà l’avete detto benissimo questa mattina: quel sito ha cambiato pelle più volte nel corso degli anni».

E poi:

«Quello è il nostro futuro, che è lì da 100 anni e che ci accompagnerà nella sua capacità di cambiare anche da qui in avanti. Poi diremo che cosa ci possiamo fare».

Il ragionamento si è spinto ancora oltre. Per spiegare quanto sia complesso mantenere l’equilibrio del sistema elettrico, Besseghini ha osservato:

«Vedete come tenere insieme l’equilibrio di questo sistema delicato non è per niente banale. Non è una questione guelfi-ghibellini, non è una discussione politica, non è una questione che dobbiamo… Prima parlavo del “futuro da cento anni”, perché magari questi 400 megawatt di Tirreno Power diventano il primo SMR napoletano».

Ha poi aggiunto, quasi a voler ridimensionare la portata dell’affermazione:

«Guarda caso c’ha proprio una taglia da 400 MW. Sto dicendo una bestialità, naturalmente».

Besseghini ha quindi chiarito che cosa si intenda per SMR: «è uno small modular reactor, quelli che adesso dovrebbero diventare la nuova frontiera del nucleare» (reattore nucleare modulare di piccola taglia).

Da qui l’ipotesi, formulata dallo stesso relatore:

«Quindi magari questo “futuro da cento anni” vedrà la prima centrale nucleare di Napoli installata sullo stesso sedime dove adesso è Tirreno Power. Absit iniuria verbis, - naturalmente: nessuno vuole il nucleare alle porte di casa-».

Il relatore ha poi precisato che si trattava di un’ipotesi teorica, non di una proposta concreta, e che non intendeva offendere chi è contrario al nucleare (Absit iniuria verbis).

Ha aggiunto che, se questa tecnologia «“è sicura, se funziona, se la sorgente di raffreddamento c’è, avrebbe la caratteristica di avere un ottimo “baseload”»; vale a dire, la capacità di fornire energia elettrica in modo costante, contribuendo a soddisfare il fabbisogno della rete anche quando la produzione da fonti rinnovabili è insufficiente.

L’intervento si è concluso con un confronto che, dal mio punto di vista, semplifica eccessivamente una questione complessa, riconducendola essenzialmente alla dimensione degli spazi necessari per produrre energia. Il ragionamento di Besseghini è questo: per produrre 400 MW a Vigliena basterebbe utilizzare l’area già occupata dall’impianto, mentre per ottenere una potenza equivalente attraverso il fotovoltaico sarebbe necessario ricoprire di pannelli una superficie pari all’intero quartiere di Fuorigrotta.

Il confronto, tuttavia, presuppone che l’ipotetico reattore nucleare modulare (SMR) abbia una potenza di 400 MW, senza chiarire se si tratti di un vincolo tecnico o semplicemente della potenza assunta come riferimento per il ragionamento.

In ogni caso, quale che sia la potenza ipotizzata per un simile impianto, lo scenario appena prospettato suscita già forti preoccupazioni per le sue implicazioni ambientali, sanitarie e territoriali.

Naturalmente, un’ipotesi teorica non equivale a un progetto. Ma proprio per questo merita di essere discussa pubblicamente, distinguendo le valutazioni tecniche dalle scelte politiche e territoriali. Soprattutto quando riguarda un’area che da un secolo convive con impianti termoelettrici, logistica e petroli e che deve fare i conti con le conseguenze ambientali, sanitarie e urbanistiche delle trasformazioni del passato, di quelle in corso e di quelle future.

San Giovanni a Teduccio, la centrale di Vigliena nel 2019.

Il quartiere assente e le domande senza risposta

Al termine degli interventi, è stato chiesto ai partecipanti - studenti, addetti ai lavori e non solo - se ci fossero domande. Nessuno è intervenuto per chiedere chiarimenti.

Ho preso allora brevemente la parola e ho proposto ai relatori e agli organizzatori di visitare i luoghi di cui si era discusso, per rendersi conto direttamente di che cosa significhi vivere accanto a un impianto termoelettrico inserito in un quartiere come San Giovanni a Teduccio.

Le meraviglie tecnologiche, le prospettive energetiche e i progetti di rigenerazione urbana illustrati durante il convegno avrebbero forse meritato di essere riconsiderati alla luce della realtà quotidiana di chi vive e lavora in questi luoghi.

Il moderatore ha concluso sostenendo che dal confronto nascono sempre le cose migliori, auspicando che fosse accaduto anche in quella circostanza.

Ogni volta che mi trovo di fronte all’inevitabile contraddizione tra «modernità» e ambiente, mi tornano alla mente i versi di Ferdinando Russo, nei quali dà voce a zia Nnarella, atterrita da una «modernità» che le appare - e che è - incomprensibile e infernale:

«Signò, scanzece d’o nfierno
So’ diavule, o che so!
Famme ’a grazia: arrecogliame, Signò!»

Partecipazione della cittadinanza alla seduta del Consiglio della VI Municipalità del 16 maggio 2007, convocato su richiesta di 1.500 cittadini elettori della Municipalità per discutere dell’impatto ambientale della centrale turbogas di Vigliena.
A sinistra, il volantino diffuso dal Comitato Civico di San Giovanni a Teduccio, contrario alla realizzazione dell’impianto. A destra, il manifesto formato 70 × 100 cm, affisso pochi giorni prima della seduta del Consiglio Municipale del 16 maggio 2007, a firma di un anonimo «Coordinamento cittadino per il progresso civile ed ambientale della zona», la cui esistenza non risultava nota. Un’enorme quantità di manifesti a colori, affissi capillarmente lungo le strade della Municipalità, sosteneva che la centrale termoelettrica in costruzione rappresentasse un’opportunità di riqualificazione del territorio e invitava a contrastare quelle che definiva strumentalizzazioni da parte degli oppositori.
Il convegno «Napoli Levante: un secolo di energia e trasformazioni», svoltosi il 21 ottobre presso l’Aula Magna del Complesso universitario Federico II di San Giovanni a Teduccio.

L’immagine di apertura, di apertura, tratta dall’Archivio Storico Enel, ritrae la centrale termoelettrica di Napoli Levante, realizzata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. In primo piano, le montagne di carbone destinate ad alimentare la centrale «Vigliena», entrata in funzione nel 1953.

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