Il Forte di Vigliena e la scuola Scialoja-Cortese-Rodinò: un progetto di conoscenza e cura

Pubblicato 
giovedì, 30/04/2026
Di
Enzo Morreale

Stamane un nutrito gruppo di alunni dell’I.C. 46 Scialoja-Cortese-Rodinò (dei quartieri di San Giovanni e Barra) si è recato presso il Forte di Vigliena per un “sopralluogo”. La scuola ha adottato il monumento e vuole essere partecipe del suo recupero. Ho appreso che gli alunni si sono suddivisi in gruppi di studio per approfondire i diversi aspetti della storia del Forte e del contesto che lo circonda.

I ragazzi che hanno partecipato al sopralluogo provenivano dal plesso di via Pazzigno, distante in linea d’aria circa 400 metri dal Forte. Dopo l’approfondimento, la scuola si propone di organizzare visite guidate e di realizzare una mostra.

Ritengo che il progetto sia estremamente interessante, poiché rende partecipe la scuola e i ragazzi. La stessa vicenda storica offre agli allievi un punto di vista importante e, soprattutto, migliora il loro rapporto con il contesto urbano, vale a dire con il loro quartiere e la sua storia, che nel caso specifico è una storia italiana importante, di cui essere fieri.

Per quanto riguarda il Forte, la scuola Antonio Scialoja vanta una consolidata tradizione: già nel 1958 pubblicò un opuscolo sulla storia di San Giovanni a Teduccio, nel quale diede ampio rilievo alla vicenda del Forte. Dallo scritto traspare chiaramente anche un senso di ammirazione per i resistenti. Il maestro Domenico d’Antonio, curatore dell’opuscolo, propose di cambiare il toponimo di “Ponte dei Francesi” in “Ponte Vigliena”: «Si spera che, per un atto di giustizia e per carità di patria, il nome sia mutato in quello di Ponte Vigliena!».

Aggiunse ancora: «Questo meraviglioso episodio, forse più significativo di quello di Pietro Micca, meriterebbe un più vivo ricordo

«Invece, il Forte Vigliena, benché dichiarato monumento nazionale, è in completo abbandono e, in questi ultimi tempi, si è fatto scempio dei gloriosi avanzi».

«È da augurarsi un energico intervento della Soprintendenza ai monumenti, per una decorosa sistemazione della modesta zona, con un diretto accesso dal Ponte dei Francesi».

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Di seguito:


Estratto da «Il quartiere di San Giovanni a Teduccio. Breve guida storica», di Domenico d’Antonio, 1958, Edizione della Scuola “Antonio Scialoja”, 46° Circolo, Napoli.

PAGINA 22

Siamo già nel territorio di S. Giovanni a Teduccio che si sviluppa su terreno pianeggiante, a 5 metri sul livello del mare vicinissimo.

Lasciando a sinistra il curvilineo che porta al Vico Murelle, del vecchio rione Pazzigno, sul Ponte dei Francesi, si notano officine elettromeccaniche, ampi depositi di legnami, un Posto di pronto soccorso della Croce Rossa Italiana. Sul muro dell’abolito deposito regionale della Croce Rossa, è una lapide con la scritta consumata dal tempo e dall’incuria. Tuttavia, facendo voti che le autorità comunali se ne ricordino, trascrivo ciò che vi si legge:

AI FORTI CHE PUGNANDO PER LA LIBERTA’ EROICAMENTE CADDERO A VIGLIENA IL XIII GIUGNO MDCCXCIX IL COMUNE DI S. GIOVANNI A TEDUCCIO XIII GIUGNO MDCCCLXXXIX

Alla fine del ponte ecco il lungo Corso che conduce fino al confine con la ridente cittadina di Portici.

Il Ponte dei Francesi

Prima d’inoltrarci, diciamo che la denominazione di Ponte dei Francesi è impropria ed arbitraria. Alcuni vogliono che derivi dalla presenza dei francesi, in questo posto, durante i fatti del 13 giugno 1799. Ma non tengono presente che i resti della legione francese, al comando di Megéan, erano asserragliati in castel Sant’Elmo, preoccupati più di trattare per tornare in Francia che per resistere al Cardinale Ruffo, agli inglesi e ai Russi.

Il ponte, fu costruito nel 1836, per evitare il passaggio a livello della prima strada ferrata d’Italia, Napoli-S. Giovanni-Granatello. Il costruttore fu il francese ingegnere Bayard, ma quegli altri che vogliono far derivare da ciò il nome del ponte, non tengono presente che se fu francese l’ingegnere, quelli che vi lavorarono e lo condussero a termine, furono operai napoletani e sangiovannesi!

Da questo ponte, con un po’ di buona volontà, può scorgersi il forte Vigliena.

Si spera che, per un atto di giustizia e per carità di patria, il nome sia mutato con quello di Ponte Vigliena! […]

VIGLIENA

Il forte Vigliena è sulla vicina spiaggia e dà nome a tutto un rione, abitato da gente di mare e costruttori di barche.

Sono notevoli l’antico stabilimento per la lavorazione delle pelli dei fratelli De Simone; lo stabilimento «Cirio», per la torrefazione del caffè; la centrale elettrica «Maurizio Capuano», che è una delle più importanti della città.

In questa contrada trovasi la Via Marina del Giglio, lungo il mare, e prende nome dal ritrovamento d’una lastra di granito recante scolpito un giglio borbonico. Quivi, anticamente era il macello di Napoli, detto Mandrone, e vi affluivano mandrie di bestiame, provenienti dal salernitano e dalle Puglie, per fornire di carni la città.

E qui è il forte Vigliena, costruito nel 1702, sotto il regno di Filippo V Borbone, dal Viceré Duca di Ascalona Giovanni Em. Fernandez, Marchese di Villena, donde il nome. Doveva servire per difesa da ogni eventuale attacco e, in riva al mare, aveva anche una batteria di cannoni. Ma, quando nel 1707 entrò nel Regno di Napoli l’esercito dell’Imperatore Giuseppe I d’Austria, il forte tacque, e del marchese di Villena, che tanto s’era dato da fare per opporsi al nemico, si disse: «venne, vide e... perdè », perchè riparò altrove, abbandonando Napoli all’invasore.

Però, il forte si rese celebre nel 1799.

Napoli, dopo la rivoluzione francese, aveva proclamato la Repubblica Partenopea, e il Re Ferdinando di Borbone fuggì in Sicilia. Il Cardinale Fabrizio Ruffo, d’accordo con la Regina Maria Carolina d’Austria e con l’ammiraglio Acton, si assunse il grave compito di far insorgere le Calabrie ed altre provincie meridionali, contro Napoli. Con promesse di incolumità, compensi ed onori, raccolse gente senza scrupoli, ingorda di guadagni e di furti: disertori, fuorusciti, avventurieri e i briganti Pronio, Sciarpa e Mammone. Riuscì a formare molte bande con ogni sorta d’arme, dalle roncole agli archibugi, ai cannoni. Ad esse si unirono soldati russi, svizzeri e borbonici.

Con questo esercito, il Ruffo iniziò la sua marcia, devastando paesi e villaggi ove correva voce che fossero dei repubblicani.

Ai primi di giugno giunse nella zona vesuviana. Dopo avere sconfitto e fatto prigioniero lo Schipani, che comandava un battaglione di repubblicani a Portici, avanzò sul territorio di S. Giovanni a Teduccio. Al mattino del 13 giugno, di buon’ora, il Ruffo, a cavallo, con la porpora e la spada, ordinò di investire Napoli. Si accesero aspri combattimenti al Ponte dei Francesi, dove napoletani e sangiovannesi avevano allestita una barricata. Sul Ponte della Maddalena, un agguerrito gruppo di patrioti opponeva lunga e impressionante resistenza.

Vigliena, il 13 giugno del ʻ79 [1799].

Il fatto d’arme più decisivo, si verificò al forte Vigliena. Il comando della resistenza era stato affidato ad Antonio Toscano, con 150 animosi. I russi assalirono il forte. Di fronte alla strenua resistenza dei difensori, misero in azione le artiglierie per abbattere le mura. Aperte così delle brecce, russi, turchi e borbonici irruppero nel forte con inaudita ferocia. Si combattette ad armi corte: i pochi difensori compirono prodigi: molti caddero morti o feriti da ambo le parti. Antonio Toscano, benché ferito più volte, resisteva e incoraggiava i compagni, ma dopo lungo e aspro combattimento, rimasto solo con dodici uomini, anch’essi esausti e sanguinanti, per non cadere nelle mani del nemico, insieme con due compagni, Martelli e Pontari, trascinatosi a stento fino alla polveriera, vi appiccò il fuoco. Per la formidabile esplosione, che fece saltare gran parte del forte, perirono i tredici superstiti eroici difensori, ma con essi rimase ucciso gran numero di sanfedisti.

La caduta del forte Vigliena, aprì la via al cardinale Ruffo per entrare in Napoli.

Questo meraviglioso episodio, forse più significativo di quello di Pietro Micca, meriterebbe un più vivo raccordo.

Invece, il forte Vigliena, benché dichiarato monumento nazionale, è in completo abbandono, e in questi ultimi tempi si è fatto scempio dei gloriosi avanzi.

E’ da augurarsi un energico intervento della Soprintendenza ai monumenti, per una decorosa sistemazione della modesta zona, con un diretto accesso dal Ponte dei Francesi.

Dal volume “Il Forte di Vigliena. Ricostruzione plastica e storica” di L. Esposito e G. Ascrizzi.

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